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Cos’è e cosa studia l’economia dello sviluppo

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Sei interessato all’economia dello sviluppo? Se sei iscritto all’Aquila all’università e devi sostenere questo esame, sei finito nel blog giusto. Ti proponiamo un piccolo approfondimento che ti aiuterà ad avere un primo approccio più consapevole con la materia. Allora prendi carta e penna e continua la lettura.

Economia dello sviluppo: cosa studia?

L’economia dello sviluppo è una branca piuttosto recente. È nata, infatti, nell’immediato dopo guerra e, nel corso del tempo, ha avuto come oggetto di studio privilegiato le economie dei paesi sottosviluppati. Ma facciamo un passo indietro per definire con esattezza questa disciplina, il cui obiettivo è l’analisi dei cambiamenti economici che avvengono nei singoli paesi. Per sviluppo economico si intende l’aumento della produzione e del reddito. Questo significa che gli economisti hanno preso in considerazione PNL – prodotto nazionale lordo e PIL – prodotto interno lordo per poter stabilire e valutare il grado di sviluppo di una nazione.

Studiare la crescita economica di un paese ha significato anche comprendere le motivazioni delle differenze tra i popoli e le ragioni degli squilibri esistenti tra le economie industrializzate e le economie in via di sviluppo o sottosviluppate.

Ovviamente, negli anni sono state elaborate numerose teorie sia sulle modalità di sviluppo economico sia sulle cause delle differenze tra i paesi. Qui di seguito te ne indichiamo alcune:

  • teoria degli stadi di Rostow
  • teorie dello sviluppo di W.A. Lewis
  • modello di Harrod e Domar
  • modello di crescita di R. Solow e teoria neoclassica
  • Schumpeter e le teorie della crescita endogena

Le teorie di economia dello sviluppo

Dopo aver chiarito cos’è l’economia dello sviluppo passiamo ad analizzare una delle principali teorie o meglio la prima tra le teorie più accreditate, vale a dire quella dell’accademico americano Walt Whitman Rostow.

Secondo l’economista, tutti i paesi passano attraverso cinque differenti stadi. Questo significa che si può definire il livello di sviluppo di un paese in base alla fase in cui si trova.

Le fasi sono le seguenti:

  • società tradizionale (mancanza di leggi economiche, prevalenza del baratto, assenza di commercio e produzione industriale)
  • fase di incubazione
  • decollo con la conseguente trasformazione dell’economia da tradizionale a moderna. In questa fase, per esempio, avviene il passaggio dei lavoratori dall’agricoltura all’industria manifatturiera
  • evoluzione verso la maturità
  • età del consumo e della produzione di massa

Questa teoria, basata su un’idea di sviluppo molto lineare, è stata oggetto di diverse critiche. Secondo alcuni studiosi, infatti, si tratta di un modello adatto soprattutto ai paesi di grandi dimensioni che risente, tra l’altro, della modalità di sviluppo prevalente nel mondo occidentale. Se sei iscritto alla facoltà di economia e devi sostenere questo esame, studierai questa e le altre teorie che si sono succedute negli anni grazie anche a fenomeni come la fine del colonialismo e la globalizzazione.

Le teorie della crescita endogena

Gli anni ’80 e ’90 sono stati molto importanti per la nascita di nuove teorie. La crisi del debito, infatti, mise in luce due realtà: la crescita era in fase di rallentamento e il sistema degli aiuti ai paesi poveri non stava dando i risultati sperati.

Gli specialisti in economia dello sviluppo formularono così nuove teorie come quella della crescita endogena. Si tratta di un passaggio che dovrai sicuramente studiare, perché è così fondamentale da essere presente in tutti i programmi d’esame.

Ma in cosa consiste esattamente il modello di crescita endogena? Secondo questa teoria le differenze nei livelli di sviluppo economico tra i paesi non dipendono solo dal capitale fisico, ma anche da quello umano e sociale. L’approccio alla questione è cioè più ampio in quanto, oltre agli strumenti classici di misurazione economica, prevede l’inclusione di fattori come l’istruzione o l’aumento della popolazione.

Ovviamente, il filone della crescita endogena ha tante teorie al suo interno. Quella di Barro, per esempio, sostiene che la spesa statale in infrastrutture renda più produttivo il capitale fisico. Barro è giunto cioè alla conclusione che i paesi investitori in infrastrutture accrescono il rendimento del capitale, perché questo tipo di spesa pubblica va considerata un fattore complementare della produzione.

Un altro modello molto interessante è quello di Romer, formulato nel 1986. Si tratta del cosiddetto “learning by doing” secondo il quale la produttività del lavoro aumenta in base all’esperienza accumulata dal lavoratore. L’esperienza viene considerata una sorta di investimento cumulato nel tempo, come un capitale aggregato. Secondo Romer le imprese che operano in paesi con un modello economico di questo tipo sono più produttive. Da ciò ne deriva che le nazioni che vantano maggiore esperienza si sviluppano a un ritmo più rapido.

Economia dello sviluppo: cosa ti insegna?

L’esame di economia dello sviluppo ti permette di conoscere i principali modelli di crescita economica. Non solo, ti fornisce gli strumenti per riconoscere le variabili che operano in un processo di sviluppo economico.

Acquisirai, inoltre, uno spirito critico nei confronti dei modelli di crescita, adottati dai singoli paesi e dalle organizzazioni internazionali, di cui imparerai a individuare i punti sia di forza che di debolezza.

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